Banche e diamanti: quando gli istituti di credito sono responsabili dell'investimento del cliente



Quando ci si reca in banca nella propria filiale con l’intenzione di investire i propri risparmi, è naturale chiedere consiglio al consulente preposto dalla banca, con il quale, semmai, negli anni, può essersi creato anche un rapporto di stretta fiducia.

La fidelizzazione del rapporto cliente-impiegato è ancora più forte con la clientela anziana che, non avendo dimestichezza con la nuova frontiera dell’Home-Banking, si reca con maggiore frequenza nella propria filiale, anche per le operazioni c.d. di sportello (a titolo esemplificativo bonifici, f24 e giroconti).

La banca, quindi, svolge un ruolo attivo tutte le volte in cui è chiamata a informare e consigliare un cliente su come investire i propri risparmi, avuto particolare riguardo alla tipologia di cliente che ad esse si rivolge.

Non a caso quando sottoscriviamo un contratto di investimento, l'intermediario finanziario ha l'obbligo di farci compilare un questionario (ai sensi della direttiva comunitaria 2004/39) finalizzato a valutare la veridicità e l'adeguatezza dei prodotti o servizi che ci vengono offerti, in base anche a quelle che sono le nostre conoscenze.

Questa norma, detta anche MiFID, tutela i risparmiatori dai rischi connessi ai mercati finanziari.

INVESTIRE NEI DIAMANTI

Nel caso in cui un cliente si rechi presso la propria banca e acquisti dei diamanti, l’istituto di credito è da ritenersi a tutti gli effetti un intermediario dell'affare, svolgendo un ruolo di consulente al pari di tutte le altre operazioni di investimento.

Inoltre, proprio nel caso dei diamanti, oltre al normale rischio insito in ogni investimento, vi è anche l’ulteriore possibilità che si verifichi un crollo del valore delle pietre a causa dell’andamento dei mercati, di cui l'investitore non è sempre in grado di rendersi conto.

Pertanto, la banca ha l'obbligo di fornire al cliente una corretta e completa informazione in merito a tutti gli aspetti dell'investimento proposto e, ove ciò non accada, è tenuta al risarcimento del danno, a titolo di responsabilità contrattuale.

Sul punto emblematica è la sentenza emessa dal Tribunale di Lucca il 4 settembre 2020.

IL CASO

La vicenda giudiziaria che qui si riporta attiene perfettamente al nostro tema.

Essa si inserisce all’interno di un noto filone giudiziario che ha portato alla condanna di numerose banche, le quali, nel consigliare l’investimento nei diamanti, hanno contravvenuto agli obblighi informativi cui erano tenute, pregiudicando il patrimonio della propria clientela.

Il caso che ci occupa è quello di un cliente indotto dalla propria banca ad effettuare, da una società specializzata nella vendita di pietre preziose, l’acquisto di diamanti per un valore rivelatosi poi superiore a quello di mercato.

Il cliente, avendo appreso dalle notizie di stampa di presunte attività fraudolente poste in essere dalle banche e resosi conto che il valore delle pietre acquistate era in realtà inferiore a quanto pagato, si determinava a procedere per le vie legali.

Il piccolo risparmiatore, dunque, ha citato il proprio istituto di credito per sentir dichiarare la responsabilità precontrattuale, contrattuale ed extracontrattuale di quest’ultimo in ragione della violazione delle regole di condotta derivanti dal Codice del Consumo e per ottenere, di conseguenza, il risarcimento di tutti i danni patiti.

La banca, dal canto suo , riteneva di non aver avuto, nella vicenda, altro compito all'infuori di quello di segnalatore dell'affare e, pertanto, declinava ogni responsabilità.

LA DECISIONE

Gli obblighi informativi a carico della Banca

Il Tribunale adito ha dato ragione alla parte attrice e, con la sentenza emessa, ha voluto illustrare in modo puntuale gli obblighi informativi che in tali casi le banche devono osservare.

Per il giudice l’acquisto di diamanti rappresenta a tutti gli effetti un contratto di investimento, dotato di natura speculativa al pari dell'acquisto di azioni. Pertanto, la banca svolge un ruolo di consulente, come testimoniato anche dall’elevata commissione prevista in favore dell’istituto di credito.

Secondo il Tribunale, nel caso di specie, in ragione del suddetto ruolo di consulente rivestito dalla banca, quest’ultima aveva nei confronti del cliente determinati obblighi di informazione: sulle caratteristiche del prodotto acquistato e in relazione alla rischiosità dell'investimento stesso.

Nella fattispecie, le informazioni che la banca avrebbe dovuto fornire riguardavano proprio gli elementi su cui si è poi perpetrata la truffa: l'andamento del prezzo dei diamanti, l'obbligo di riacquisto degli stessi da parte della società venditrice; il meccanismo di formazione del prezzo dei diamanti.

Nel corso del giudizio è emerso in maniera inequivocabile che il valore dei diamanti acquistati dal cliente era di gran lunga inferiore al prezzo effettivamente pagato.

Il Tribunale ha osservato che gravava in ogni caso sulla banca, che ha proposto l'affare, l'obbligo di informare appieno il cliente su tale circostanza, non risultante dalla brochure informativa consegnata allo stesso, <<…omissis…in quanto la mera segnalazione dell’affare costituisce comunque un incentivo alla stipulazione del contratto e la banca conserva, comunque e indipendentemente dalla sua posizione strettamente legata al caso di specie, l'obbligo generale di ben gestire il capitale dei propri clienti, dovendo assumersi in tale obbligo anche la corretta informazione sulle pratiche di investimento dalla stessa consigliate o anche soltanto "meramente segnalate"…omissis…>>.

Sul punto si era già pronunciata anche l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, la quale concludeva per il riconoscimento di una generale responsabilità concorrente della banca, assieme a quella della società venditrice: <<…omissis…per la rappresentazione parziale, ingannevole e fuorviante dell'investimento in diamanti quale "bene rifugio", per la rappresentazione del prezzo, qualificato come "quotazione di mercato" ma in realtà̀ non corrispondente a tale concetto, per la rappresentazione, non oggettiva e non corrispondente alla realtà̀, dell'andamento del mercato dei diamanti e, infine, per la qualifica soggettivamente attribuita alla "(...)" di "leader del mercato…omissi…>>.

L’Autorità, inoltre, ha riconosciuto che l'interesse delle banche all'attività di vendita dei diamanti risieda nell' "evidente ritorno economico" e nella fidelizzazione della propria clientela, essendo poi incaricata della custodia delle pietre.

Tale aspetto ha di certo svolto un ruolo chiave all’interno dell’iter argomentativo che ha condotto alla pronuncia in esame.

In concreto la banca intermediatrice ha omesso di informare il cliente circa la particolare alea connessa a tale tipo di operazione, prospettando peraltro un andamento crescente del prezzo delle pietre non veritiero.

Ma cosa ancor più grave ha taciuto il reale valore dei diamanti che sono stati venduti dalla società venditrice, per il tramite della Banca, ad un prezzo notevolmente superiore.

Tali omissioni hanno determinato la condanna della banca al risarcimento del danno, ovvero a rimborsare il danneggiato della differenza tra il reale valore delle pietre ed il prezzo effettivamente versato.

La sentenza in esame deve rappresentare un monito non solo per le banche, affinché nello svolgimento della loro attività di intermediazione finanziaria osservino tutte le prescrizioni previste dalla legge e dalla normativa di riferimento, ma anche e soprattutto per i clienti-consumatori che intendano investire i propri risparmi, i quali non dovranno esitare a richiedere tutte le informazioni relative all’affare proposto, prediligendo operazioni in linea con il proprio profilo di rischio.



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