• Studio Salvioni

Perché in Italia siamo ancora processo-centrici? #Focus sull'ADR



Un articolo pubblicato oggi sul Sole 24 ore (pag. 16, a firma di Elena Pasquini “Rapidità e costi ridotti per il fashion spingono gli arbitrati e le mediazioni”) parla della scelta del settore del fashion di incentivare, a discapito del contenzioso in tribunale, l’arbitrato e la mediazione.

Tale incentivo è stato affidato ad un protocollo stilato tra Wipo e Camera della Moda (CNMI) attraverso il quale si garantiscono costi ridotti e tempi più celeri per la risoluzione delle controversie di settore.

Si legge nell’articolo che l’opzione è già operativa e deve essere letta come “alternativa per la risoluzione delle controversie, garantita dal sigillo dell’istituzione amministrativa (Wipo) rispetto a neutralità e indipendenza di esperti, mediatori e arbitri coinvolti e con una particolare attenzione alle spese da sostenere.”

Il progetto, che ha preso le mosse nell’ottobre 2019, è oggi ancora più cruciale se si considera l’esigenza, particolarmente sentita nel settore, di risolvere rapidamente e con competenza le controversie commerciali.


Ragionando sul tema, ci siamo chiesti il motivo per il quale l’arbitrato o la mediazione, nel nostro paese, non riescano a decollare, a differenza di quanto avviene in altri stati.

Nonostante gli “sforzi” profusi dal Legislatore, la cultura della mediazione non ha ancora attecchito nel Belpaese. Ma quali sono i motivi? Per quale ragione l’italiano è cosi inguaribilmente legato al Tribunale?

Abbiamo deciso di allargare la riflessione, affrontando il tema anche con successivi post.

Ma partiamo dal principio.


Cosa sono gli ADR (Alternative Dispute Resolution) e perché meritano maggiore attenzione (ed utilizzo pratico) in Italia.


Il carico processuale delle Corti ha sempre mostrato trend di crescita che, difficilmente, possono essere sostenuti mantenendo alti livelli di efficienza e tempistiche di definizione ristrette.

Per tale motivo sono state ideate e si sono diffuse nel tempo modalità alternative per risolvere le controversie.

La fuga dal processo giurisdizionale verso metodi alternativi nasce, si afferma e poi diventa modello negli Stati Uniti dove, già nel 1926, viene creata l’American Arbitration Association che segue di un anno (1925) la Federal Arbitration Act (una legge emanata allo scopo di rendere le convenzioni di arbitrato e i lodi eseguibili nelle corti federali).

E’ chiaro, dunque, che la scelta fatta a suo tempo oltreoceano ha contribuito a formare una diversa mentalità giuridica, non facilmente esportabile nel nostro sistema. Basti pensare che agli inizi del 2000, l’American Arbitration Bar aveva un carico di amministrazione di arbitrati di oltre 230.000 istanze.

La differenza di approccio tra gli States e l’Italia deriva, quindi, dalle diversità storico-politiche esistenti tra i due paesi:

negli Stati Uniti hanno trionfato, sin dall’origine, i principi liberali che hanno portato a valorizzare l’autonomia dei privati; in Italia, solo recentemente, ha trovato codificazione il principio di sussidiarietà che, anche in materia di giustizia (e limitatamente ai diritti disponibili), ha consentito di reputare l’intervento statale una “ultima chance" a disposizione dei soggetti in lite, quando le soluzioni alternative non sembrano raggiungere lo scopo”

(cfr. Tommaso Edoardo Frosini “UN DIVERSO PARADIGMA DI GIUSTIZIA: LE ALTERNATIVE DISPUTE RESOLUTION”).


In questo contesto si sono, dunque, sviluppate le diverse metodologie e pratiche di Alternative Dispute Resolution (in acronimo ADR) che, negli Stati Uniti, indicano qualunque procedimento che sia “alternativo” al processo giurisdizionale. Vi sono quindi ricomprese: la negoziazione, la mediazione, l’arbitrato, la mediazione-arbitrato (c.d. med-arb).

La sintesi di tutte queste procedure si trova nella finalità comune delle stesse ovvero la risoluzione dei conflitti fuori dalle aule dei Tribunali.

In tutte le ADR prevalgono l’informalità, la semplicità, la rapidità e la flessibilità.


La sola considerazione delle caratteristiche sopra descritte è sufficiente a chiarire il perché, a nostro avviso, sia fondamentale che le ADR continuino a crescere anche nel nostro paese.

La necessità di deflazionare il carico della giustizia ordinaria è, a tutt’oggi, una necessità: secondo il monitoraggio condotto annualmente dal Ministero di Giustizia (per approfondire indichiamo il link) nel 2019 risultavano complessivamente pendenti 3.293.960 procedimenti civili (esclusi gli ATP e le procedure dinanzi al Giudice tutelare) e, nel primo semestre 2020, 3.321.149 procedimenti.

Come si può constatare dal monitoraggio, a decorrere dal 2010 (anno di entrata in vigore del Decreto Legislativo 28/2010 “in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali”), c’è un trend di decrescita del contenzioso pendente che in dieci anni è diminuito del 53,2% (nel 2010 risultavano pendenti 5.700.105 procedure).

Ora è chiaro che il miglioramento sia dovuto a numerosi fattori ma non si può ridurre a coincidenza il fatto che il trend sia partito insieme all’introduzione della mediazione obbligatoria.

Insomma, si può dire che le ADR hanno già dato prova tangibile, in quanto numerica, della loro efficacia.


Ma cosa impedisce allora di far maggior uso di questi strumenti? Non è facile dare una risposta univoca a questa domanda.

In generale, attraverso il ricorso ai diversi modi alternativi di risoluzione delle controversie, le parti mantengono un ruolo attivo, di pieno controllo sugli atti posti in essere mediante l’esercizio della propria autonomia. Questo innegabile pregio potrebbe implicitamente nascondere in sé, una prima risposta:

le parti non fanno ricorso all’ADR perché non sono in grado di decidere autonomamente il miglior assetto dei loro contrapposti interessi.
Ciò può derivare dal gap culturale connesso all’abitudine a delegare ad un terzo (ovvero la magistratura) la risoluzione delle controversie. Gap che riguarda tanto i privati quanto gli operatori del diritto. Solo recentemente si è cominciato ad incrinare il binomio controversia-tribunale.

Deve crescere la formazione degli operatori nelle tecniche di ADR affinché siano gli stessi a guidare i loro clienti verso una risoluzione alternativa delle liti ovvero verso la composizione preventiva delle stesse.

Bisogna riconoscere che l’Italia, rispetto agli altri paesi dell’Unione, sta facendo un ottimo lavoro in tal senso, come riconosciuto dal “Decimo rapporto sulla diffusione della giustizia alternativa in Italia”. I numeri della crescita del settore ADR sono incoraggianti.


Nei prossimi articoli affronteremo specificamente, con taglio pratico, alcune delle molteplici tipologie di ADR, descrivendone le caratteristiche e i vantaggi.


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